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ReAct, da CROSSHUB un aiuto concreto alle imprese.

Si sente tanto parlare di aiuti alle imprese, di agevolazioni, di finanziamenti, di smart working.

Molte di queste iniziative sono lodevoli, anche se spesso risultano di difficile raggiungimento o a volte, del tutto irraggiungibili.

Gli imprenditori in questo momento possono sperimentare situazioni di panico e ansia dettate dal fermo delle attività, oppure dalla necessità di rivedere più o meno profondamente il proprio ciclo produttivo. E spesso, tutte queste decisioni le deve prendere in solitudine, senza le opportune e corrette valutazioni che solo una consulenza specialistica può offrire.

iocisono con RE.ACT

E’ l’iniziativa di Cross Hub a sostegno delle #pmi italiane per fronteggiare l’emergenza #Covid19.
Nulla è dovuto dall’imprenditore per questo aiuto concreto.

Il team CROSSHUB ha unito le forze per aiutare gli imprenditori a gestire la crisi e a riorganizzare il proprio business riducendo al minimo gli stress aziendali.

#ReAct si sviluppa su apposite sessioni gratuite online di “review strategica ed organizzativa” durante le quali gli imprenditori hanno la possibilità di confrontarsi con un pool di manager con un ampio mix di competenze specialistiche.

In sintesi è l’opportunità offerta all’imprenditore di analizzare il proprio business per individuare le aree a maggior rischio, le quali necessitano di interventi mirati e risolutivi. Che siano Finanza, Innovazione, Internazionalizzazione o altre necessità, si offre la consulenza diretta, immediata e gratuita per aggirare gli ostacoli e proseguire serenamente il proprio percorso.

Scopri di più

Visita la pagina di RE.ACT e compila il form per richiedere la tua sessione on line gratuita

http://www.crosshub.it/AGIAMO-COMPATTI-PER-AIUTARE-LA-TUA-AZIENDA-A-FRONTEGGIARE-LEMERGENZA-DA-CORONAVIRUS-1

#noicisiamo #CrossHubnonsiferma

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Le fake-news, spiegate semplicemente.

Un fenomeno osservato e stranamente non combattuto come si dovrebbe facendo perdere la credibilità dell’intero comparto.

Vediamone, forse, il perché.

Tutti noi oramai ci imbattiamo in notizie di dubbia provenienza, pubblicate sui Social e poi rilanciate dai servizi di messaggistica istantanea. E molti purtroppo danno credito a causa di meccanismi indotti di carattere sociologico e di costume.

I nostri genitori un tempo erano frequenti affermare “Eh , l’ha detto la TV, quindi è vero” quando si riportavano notizie eclatanti o comunque di una certa importanza.

Il meccanismo che ha permesso la diffusione virale delle fake-news è molto simile: l’autocelebrazione di ciò che si vede (stampato, in TV o sulla rete) permette di considerare affidabile qualunque contenuto, perlomeno da parte di quelle persone che non si pongono molti problemi di critica in ciò che leggono.

I creatori di Fake News professionisti conoscono molto bene questi meccanismi, e li sfruttano sapientemente. Perché?

I motivi dell’esistenza delle Fake News.

Ovviamente, il primo dei motivi è…per fare soldi.

Quando si arriva a leggere queste notizie, sono pubblicate insieme a pubblicità erogate dalle varie piattaforme. I gestori di questi portali, alcuni con nomi creati ad arte (Il Fatto Quotidaino, Il Primato Nazionale, Viral Magazine sono solo alcuni di questi) percepiscono un piccolo introito quando qualche lettore (spesso per sbaglio) clicca su una di queste pubblicità.

Per raggiungere però un risultato economico accettabile, hanno necessità di decine di migliaia di visite a queste loro pagine, perché gli introiti percepiti per click sulla pubblicità sono spesso minuscoli, nell’ordine di pochi cent, a volte uno solo.

Ed ecco che per raggiungere l’obbiettivo si creano notizie, le più strane e false possibili, proprio perché se la notizia fosse reale, non avrebbe lo stesso risultato di una strana, fortissima e falsissima Fake News. I gonzi ci cascano ed aiutano i gestori condividendo, facendo girare la notizia falsa, convinti che sia vera.

Certo, qualcuno a questo punto potrebbe pensare che questa categoria di lettori fanno parte di quella definita quale Analfabeti Funzionali (più brevemente, AF), ma io la penso diversamente.

Non si può certo far finta che una grande parte di chi oggi utilizza i social non si ponga grandi dubbi e prenda per oro colato ciò che legge. Questi soggetti potrebbero senz’altro essere definiti AF.

Ma alcune notizie sono costruite con grande impegno ed analisi dell’attuale società, cercando argomenti di interesse comune, più o meno costruiti ad arte.

Prendiamo ad esempio il tema del COVID-19, un tema scottante che è stato oggetto di milioni di ricerche in rete.

E’ giusto pensare in questi casi, a mio avviso, che i lettori non possano aver commesso molti errori leggendo e condividendo notizie, anche le più palesemente false.

La media dei lettori Italiana non è costituita da persone con cultura elevata, ma questa non può essere una colpa. Se in un momento emergenziale si legge una notizia tragica, quale ad esempio che il virus si trasmette con l’acqua del rubinetto (realmente diffusa!) la colpa è al 90% di chi mette in giro idiozie per trarne vantaggio. Non vi sono dubbi a riguardo.

Altra analisi interessante riguarda la creazione di Fake News per orientare il pubblico ideologicamente. Il principio è sempre lo stesso: si creano notizie di un certo tipo per ottenere un vantaggio. In questo caso ancora più mellifluo e subdolo, lo scopo è quello di creare una corrente di pensiero per orientare preferenze politiche: se vogliamo uno scopo ancora più deprecabile rispetto a quello economico.

Basta poco per non contribuire alla diffusione di fake news: innanzi tutto non dare per scontato che tutto ciò che appare scritto sia vero, attivare un minimo di spirito critico e non condividere nulla che non sia più che verificato.

Questo delle Fake news è un fenomeno che appare quasi impossibile da arginare. Nonostante esistano da tempo normative e Leggi (soprattutto per quanto riguarda la cd “diffamazione”) , l’Utente Medio non crede che sia un reato contribuire a diffondere notizie false. E che anche se la notizia non fosse davvero reale, a suo avviso lo potrebbe anche essere.

E quindi, aggiungo, anche dimostrare un pizzico di intelligenza in più in questi casi aiuterebbe molto.

Navigare in sicurezza filtrando il Malware e contenuti per Adulti alla fonte, si può.

Oggi vi spiego il funzionamento del DNS di Cloudflare, il “famoso” 1.1.1.1

Innanzi tutto, occorre una breve spiegazione di cosa sia un “DNS”.

I server (siti web, posta elettronica ecc) sono collegati alla rete internet a mezzo di un “IP”, cioè un indirizzo univoco che lo identifichi sulla rete. Ad esempio, il webserver di Repubblica.it risponde all’IP 23.12.96.62.

Anche il vostro collegamento internet è identificato a mezzo “IP”, e quando volete leggere una pagina, il vostro IP si collega all’IP del servizio che volete visionare.

Essendo complesso e poco pratico indicare l’IP dei server (provate a ricordare tutti gli IP…) si pensò ad un servizio che potesse convertire i “nomi” in IP. E nacque così il servizio DNS, “Domain Name System”

Ogni provider ha il suo. Se siete clienti Fastweb, ad esempio, quando cercate un sito, la richiesta viene automaticamente inviata al Server DNS del vostro provider che vi risponde con l’ “IP” del server cercato.

Esistono anche server DNS pubblici che offrono questo servizio. Bisogna però fare molta attenzione perché è molto facile dirottare un determinato “nome” verso IP Fake, facendovi credere di essere collegati ad un determinato servizio.

Però oggi esistono servizi DNS affidabili e sicuri, oltre che più veloci. E’ il caso di CloudFlare che appunto offre un servizio che oltre a convertire il “nome” in “IP” svolge una funzione di database anti-malware e per contenuti per adulti, che può tornare molto utile.

Per usare questi servizi bisogna modificare il server DNS del vostro PC/Tablet/Smartphone, oppure è possibile modificare le impostazioni del vostro router in modo che vi faccia usare un DNS che non sia quello imposto dal vostro Provider.

IL DNS DI CLOUDFLARE

Impostando il server DNS di CloudFlare al posto di quello impostato dal vostro Provider, le richieste di conversione nome/IP vengono inoltrate al loro server, il quale appunto vi convertirà il nome in IP, ma prima verificherà che, per vari motivi, non stiate scaricando software illegale o malware che vi possa infettare il vostro sistema, oppure contenuti che possono non essere graditi ad una famiglia.

E’ un ottimo metodo per proteggersi alla fonte, che può anche risolvere gravi problemi per risolvere i quali dovrete affrontare perdite di tempo considerevoli. Quindi, è un suggerimento sicuramente da tenere in considerazione.

LA PROVA

Ho configurato vari sistemi da qualche giorno, usando i DNS di CloudFlare.

Il feedback che posso riportare consiste in una velocità di conversione buona:

ed in effetti nel blocco di alcuni siti che ho tentato di raggiungere:

Per configurare il DNS di CloudFlare, utilizzate queste impostazioni:

Per Blocco malware:
DNS Primario: 1.1.1.2
DNS Secondario: 1.0.0.2

Per Blocco malware e contenuti per adulti:
DNS Primario: 1.1.1.3
DNS Secondario: 1.0.0.3


Lo Smart Working? semplice implementarlo, ma le imprese spesso non lo vogliono.

La drammatica situazione di isolamento imposta dalla diffusione del Coronavirus Covid-19 ha portato molti a dover obbligatoriamente lavorare da casa. Eppure, nonostante la palese utilità, molti imprenditori ancora non lo considerano uno strumento affidabile.

Come è facile immaginare, il primo ostacolo è sicuramente il costo (presunto) da affrontare per rendere smart la propria rete aziendale.

Nella realtà questi costi oramai sono ridotti davvero al minimo, e molte aziende si propongono con soluzioni smart con quasi nessun costo iniziale e con solo un piccolo canone mensile.

Il primo passaggio da affrontare è sicuramente rendere sicuro l’accesso dall’esterno della propria struttura informatica in azienda: non è importante cosa l’azienda faccia, oramai tutti sono connessi ed usano applicativi e risorse internet.

Cosa fare?

L’accesso dall’esterno sicuro consiste nel poter accedere ad archivi, database, stampanti e scanner che risiedono nel cloud o in apparati fisicamente collocati in azienda.

Questo si realizza con un accesso VPN (Virtual Private Network) che consiste nel creare un “tunnel” sicuro sulla rete Internet che possa collegare la rete aziendale con quella domestica.

La VPN è necessaria per evitare che qualcuno possa intercettare il flusso di dati ed impadronirsi di password che in un’azienda sono di vitale importanza. Infatti il tunnel creato risulta cifrato e appare decisamente complesso da decifrare.

Alcune aziende con molta superficialità evitano l’installazione di VPN lasciando aperte delle porte sul router per far accedere dall’esterno i propri collaboratori e dipendenti, non rendendosi costo del rischio al quale espone i propri dati e…i propri soldi.

Altro passaggio economicamente possibile, è utilizzare un centralino VOIP per la propria attività. Non elenco qui le molteplici possibilità offerte da questa tecnologia, che oramai è sotto gli occhi di tutti, cancellando ostacoli, distanze e difficoltà. Anche qui il costo mensile ridottissimo non può rappresentare un ostacolo.

Il Voip in Azienda, un obbligo oramai

Ricordiamoci che un Cliente che chiama il numero aziendale sta spesso testando l’efficienza dell’Azienda e rispondere male, in ritardo o non rispondere affatto può peggiorare ancora di più l’efficienza complessiva dell’Azienda.

Il consiglio che mi sento di sostenere è affrontare una consulenza con un addetto che possa analizzare le reali necessità aziendali percorrendo una giusta strada. Che poi si scoprirà non essere dispendiosa come immaginato.

Risparmiare qualche decina di euro potrebbe significare dover sostenere danni irreparabili o comunque gravi, oltre a perdere quella efficienza che oggi potrebbe determinare la continuazione aziendale.

Oltre alla svogliatezza dell’imprenditore, determinata dal rischio di spesa o più semplicemente, dalla sottovalutazione del problema, esiste un fronte di resistenza dovuto a fattori sociologici e interpersonali.

Il tessuto delle imprese in Italia è caratterizzato da milioni di micro aziende con pochi dipendenti e con una dirigenza patriarcale, abituata al controllo “fisico” dei propri dipendenti e collaboratori e alla verifica del lavoro svolto.

Lavoro che sta mutando pelle, sempre più si utilizzano i Social, le risorse informatiche e sempre meno risultati concreti, palpabili.

Certo, dipende dal lavoro e dall’impresa ma non possiamo far finta che il mondo non stia virando verso una Società sempre più orientata verso attività online o comunque che usino l’online per raggiungere determinati traguardi.

Allora, cerchiamo di far comprendere all’imprenditore che la tecnologia è sua amica e che è arrivato il momento di derogare su certe convinzioni, aprendo gli occhi e la mente, sfruttando ciò che altri già sfruttano sapientemente e con successo: chi rimane indietro potrebbe non avere più il tempo per recuperare il tempo perduto.

Paypal non rimborsa le commissioni ai venditori, è un furto?

Come è possibile che alcuni colossi possano agire senza alcun rispetto per le norme, anche le più elementari? In Italia, come al solito, per “loro” tutto è ammesso.

Potrebbe apparire come un problema marginale. Parlare in un momento tragico come questo delle difficoltà che incontrano gli operatori del settore e-commerce, per alcuni potrebbe essere considerata un eresia.

Ma la vita dovrà continuare, e se non ci occupiamo anche di questi aspetti forse un giorno potremmo pentircene.

Quale è l’aspetto più evidente, sotto gli occhi di tutti, dell’innovazione nel nostro Paese? quello più elementare e facile da percorrere (ma di certo meno innovativo, vabbé), cioè tramutare le vecchie e stantie attività commerciali in attività di vendita online, i famosi “E-Commerce” che tutti noi usiamo per acquistare qualcosa, sempre che non sia Amazon il nostro fornitore preferito.

Il piccolo operatore deve forzatamente scegliere metodi di pagamento che proteggano l’acquirente, specialmente se l’attività è recente e le recensioni positive scarseggiano.

Paypal è da sempre considerata la Regina protettrice degli acquirenti online. Si compra, si paga con Paypal, qualsiasi problema più o meno reale viene rimandato a loro i quali immediatamente bloccano i pagamenti al venditore in modo da forzare una risoluzione della problematica a favore dell’acquirente.

Tutto bello.

Questa attività Paypal non la fa gratis, ovviamente. Applica al totale ordinato, spedizione compresa, una percentuale fissa del 3,4% piu un fisso di 0,34 euro.

Sono bei soldini che ovviamente il venditore dovrà pur recuperare in qualche modo, soprattutto se quest’ultimo vende prodotti dai margini ridottissimi. Come? aumentando i prezzi al Cliente, ovviamente, non vi è altro modo.

Sono commissioni in quale modo “parassitarie” perché non aggiungono altro che una sorta di garanzia sull’acquisto, ma non lo migliorano in alcun modo.

Bene, cosa è accaduto il 1′ Marzo in piena emergenza COVID-19?

I Signori di Paypal non sono nuovi a questi exploit. Già pochi mesi fa, in sordina senza avvisare nessuno, tolsero le scale sconti alle commissioni. Prima, più vendevi meno pagavi a loro di commissioni, facendole scendere a livelli accettabili. Ora, tutti a 3,4%

Dal primo marzo, Paypal ha deciso di non rimborsare più le proprie commissioni. In pratica, una volta incassate, non le ridanno più indietro. A nulla valgono le lamentele e le minacce legali (eh si perché se non si offre il servizio promesso non dovrebbe essere più necessario il pagamento dello stesso).

Se un Cliente ordina un bel set di Amuchina da 50 litri, ad esempio, del valore di 300 euro e poi ci ripensa una volta pagato e chiede l’annullamento dell’ordine, il venditore dovrà sostenere e accollarsi i circa 10 euro di commissioni pagate a PayPal. No.

Non mi sembra accettabile. Ma tanto, nel nostro Paese, questi colossi hanno sempre potuto fare ciò che volevano. E continueranno a farlo, evidentemente. Senza nessuna “innovazione” reale.

Commercio elettronico, decifrando il decreto, è vietato. Anzi, no, tranne che per prodotti essenziali.

Bisogna come al solito saper decifrare quello che intende emanare il legislatore di turno. Dopo varie articolazioni, si è giunti alla conclusione che illustro di seguito.

  • Il DPCM 22.03.2020 art. 1, lett. A) decreta che sono sospese tutte le attività produttive industriali e commerciali ad eccezione di quelle indicate nell’allegato 1 con i rispettivi codici ATECO; precisando però che “resta fermo, per le attività commerciali, quanto disposto dal DPCM 11 marzo 2020 e dall’Ord. Min. della Salute 20.03.2020.
  • Il DPCM 11 marzo (allegato 1) elenca tutte le attività che furono ammesse in quella data, indicando che le attività di Commercio al dettaglio di qualsiasi tipo di prodotto effettuato via internet (nonché per televisione, per corrispondenza, radio, telefono) erano AMMESSE.
  • il DPCM 22.03.2020, art. 1. Lett. D) dispone che “restano sempre consentite anche le attività che sono funzionali ad assicurare la continuità delle filiere di cui all’allegato 1 nonché servizi pubblica utilità”.

Cosa se ne desume?

Non è stata emanata una espressa esclusione del commercio elettronico ed essendo stato , al contrario, richiamato il DPCM 11.03.2020, si può presupporre che il commercio elettronico sia ammesso. Sicuramente per la vendita online di beni di prima necessità (farmaceutica, alimentari)

Ma solo per queste categorie, perché essendo sospesa la produzione e vendita di tutto il resto, appare evidente che non si possa offrire al pubblico prodotti che non siano assolutamente necessari. E questo appare assolutamente condivisibile. Ma è in antitesi con le dichiarazioni legislative.

Quello che non può essere condivisibile è come al solito la mostruosa capacità di rendere caotico ciò che potrebbe essere semplice, lasciando al cittadino l’interpretazione di sintassi ed esposizioni che sembrano create proprio per non essere facilmente comprese. Lasciando quindi l’onere dell’errore a chi è tenuto al rispetto delle Leggi.

Non è certo questo il momento per dare spazio ad inutili polemiche, per carità.

Rimane però da capire come un mostro quale Amazon possa quasi indisturbato continuare a proporre merci di ogni tipo mentre una piccola o media azienda Italiana, ancor più vessata in questo periodo, debba dover chiudere i battenti pur potendo garantire al 100% il rispetto delle norme a protezione dei lavoratori (teleworking, distanze, protezioni)

L’innovazione al servizio della telemedicina, oggi occorre sempre di più.

Non sempre l’Italia non riesce ad essere al passo con le necessità contemporanee. E’ il caso di Ageing tech, una startup che ha pensato e realizzato in pochi giorni uno strumento essenziale per la gestione del malato in quarantena, terribilmente d’attualità in questi giorni.

Nel mio articolo scritto per CROSS HUB che trovate a questo indirizzo, spiego nel dettaglio di cosa si tratta:

http://www.crosshub.it/Gi-pronto-un-aiuto-concreto-per-il-monitoraggio-dei-pazienti-affetti-da-Covid-19#.XnSrWIhKiUk

Consiglio di leggerlo ma soprattutto di divulgarlo ad amici e conoscenti Medici: non si tratta di pubblicità per un’attività remunerativa, i ragazzi di Ageing Tech hanno realizzato la piattaforma completamente a titolo gratuito, come lo è il suo uso ed applicazione che speriamo possa alleviare il duro lavoro del Medico e nel contempo alleggerire il peso psicologico al paziente.

Connessione internet globale con starlink. il 5G sarà inutile?

A suon di miliardi i vari operatori si sono accaparrati nel tempo le necessarie frequenze, superato ostacoli burocratici e sociali, con avversità di ogni tipo. Ed ora, anche loro vedono a rischio il proprio futuro.

Nel futuro del consumatore digitale si intravedono opportunità avveniristiche: avere a disposizione un unico operatore mondiale, il quale sarà in grado di offrire la totale copertura planetaria farà davvero gola a molti.

E non solo per la connessione in mobilità, anzi. Starlink, progetto derivante dallo sviluppo di SpaceX di Elon Musk, promette davvero di essere in grado di offrire servizi di connettività ad alta banda, addirittura con tempi di latenza (cioè, del tempo di transito dei dati) talmente bassi da poter utilizzare la connessione anche nel gaming online. Si tratta a tutti gli effetti di una rivoluzione. A quale costo?

Andiamo per ordine.

Il primo problema è sicuramente rappresentato dalle Aziende TLC abituate ad oggi ad offrire servizi a determinati costi e con determinate tempistiche.

Tutti noi sappiamo che, almeno in Italia, per poter godere di una connessione internet e stabile, occorrono dai 30 ai 60 giorni di tempo. Il costo fortunatamente è sceso a livelli accettabili, ma per la larga banda occorre aprire un pochino di più il portafoglio.

Starlink invece, potrà offrire connettività planetaria con tempi di attivazione probabilmente istantanei e con costi che si preannunciano rivoluzionari.

Per noi consumatori non possiamo far altro che attendere, un pochino impazienti, questa rivoluzione.

Un po meno felici saranno certamente i gestori TLC che sino ad oggi si sono impegnati a realizzare una rete (cavo, fibra o wireless) dai costi enormi e dalle difficoltà infinite.

Ma si sa, il progresso non fa sconti a nessuno. Come sono andati in cantina le vecchie tecnologie, un giorno probabilmente ricorderemo il termine “ADSL” come un qualcosa di antico, e forse un po nostalgico.

Approfondimento su Starlink

Starlink è un progetto di connessione Internet via satellite sviluppato dal produttore aerospaziale americano SpaceX.

Basato sul dispiegamento di una costellazione di diverse migliaia di satelliti per telecomunicazioni posizionati in un’orbita terrestre bassa, potrà offrire connettività a bassa latenza, ovunque.

Due prototipi sono stati lanciati nel 2018 e il dispiegamento dei satelliti è iniziato nel 2019, con l’entrata in servizio prevista nel 2020.

Per raggiungere i suoi obiettivi commerciali, SpaceX prevede di mantenere nel tempo 12 000 satelliti operativi in orbita bassa. La costellazione iniziale comprenderà “solo” 1600 satelliti nei primi anni per poter affinare le tecnologie prima che vengano lanciati nello spazio la totalità dei satelliti previsti.

La tecnologia

Ogni satellite pesa circa 227 kg, peso contenuto per facilitarne il lancio con più unità possibili. Per regolare la loro posizione sull’orbita, dispongono di propulsori a effetto Hall alimentati al krypton, invece del classico xenon, in quanto il costo del krypton è circa il 90 per cento inferiore.

Il sistema di navigazione garantisce un preciso puntamento. Le antenne sono piatte, sfruttano la sincronizzazione di fase multipolare per direzionare il fronte d’onda verso l’obiettivo desiderato.

La frequenza di downlink (ossia la frequenza alla quale avviene la trasmissione del segnale verso terra) va da 10.7 a 12.7 GHz, mentre le trasmissioni tra di loro dovrebbero avvenire a frequenze più alte.

Tutti i satelliti dispongono della tecnologia in grado di identificare i detriti in orbita, evitandone la collisione.

La comunità scientifica ed astronomica è fortemente preoccupata in ordine al radiodisturbo che la costellazione di satelliti provocherà, rendendo impossibile la consueta attività di ascolto e tracciatura da parte dei radioastronomi terrestri. Anche questo sarà un grande problema da far risolvere all’onnipresente Musk.

L’innovazione a scuola ai tempi del Covid-19

Sembra di scrivere un’eresia quando si ipotizza che un Virus possa portare dei benefici, ma in fondo è così. La nostra scuola si è trovata impreparata, salvo rari casi eccezionali, nell’affrontare un’esigenza tutto sommato prevedibile.

Per fortuna, l’emergenza ha imposto una forte accelerazione nell’uso di piattaforme e strumenti che sin’ora non sono stati nemmeno sfiorati.

Chi ha un figlio a scuola in questo periodo starà affrontando un’emergenza nell’emergenza: tentare di far continuare la didattica anche con i ragazzi a casa.

La situazione

Una piccola indagine personale porta a risultati in qualche caso disarmanti: in gran parte i docenti sono lasciati da soli a decidere e scegliere il miglior metodo da utilizzare per rimanere in contatto con gli studenti.

Il metodo più utilizzato, manco a dirlo, è quello che ognuno di noi usa quotidianamente, cioé Whatsapp. Ma appare evidente che non si possa insegnare, controllare i compiti, parlare con gli studenti utilizzando uno strumento si valido, ma non certo adeguato per questo scopo.

Proprio in queste ore si riscontrano evoluzioni repentine. Molte scuole aderiscono a programmi più dedicati ed adatti e questo sicuramente non sarebbe mai accaduto senza l’emergenza che ci sta attanagliando.

Una di queste piattaforme è offerta da Google ed è anche, con le funzionalità di base, gratuita.

Si tratta di google classroom facente parte del programma più esteso “G SUITE FOR EDUCATION” che Google ha realizzato per gestire interamente il processo didattico di un Istituto o scuola.

Il suo utilizzo è molto semplice e permette di organizzare compiti e facilitare la collaborazione favorendo una migliore comunicazione.

Come si ottiene?

ClassRoom è scaricabile gratis su qualsiasi computer o dispositivo mobile Apple o Android, e per il suo uso è necessario solo un account Google personale. Una volta che tutti (studenti e professori) avranno installato la app, gli insegnanti possono aggiungere gli studenti direttamente o condividere un codice con la classe per permettere agli studenti di registrarsi.

Come funziona?

A questo punto insegnanti e studenti saranno in grado di accedere ai compiti, al materiale didattico e dare e ricevere feedback in tempo reale semplificando così il flusso di lavoro. Per vedere chi ha completato i compiti e dare i voti è sufficiente solo qualche click.

Classroom con un sistema di notifiche mantiene tutti in linea ed aggiornati, avvisa della presenza di nuovi contenuti sulla piattaforma in modo che i partecipanti possano reagire immediatamente, come se fossero in classe. Tutto il materiale di studio, foto e video, viene archiviato automaticamente in cartelle di Google Drive.

Si spera che questo sia solo l’inizio di un’era dove l’innovazione arrivi anche nelle nostre scuole. Non solo per permetterne la continuità nei casi come questi correnti, ma anche per instillare nei ragazzi una logica che oggi è plausibile e fattibile, ma che per età del corpo insegnante e insensibilità non colposa, spesso non viene percorsa.

Devi costituire una Startup Innovativa? Oggi con 200 euro risolvi. Come?

Costituire una Startup Innovativa senza Notaio e con solo 200 euro oggi è possibile, vediamo come.

Il nostro Sistema Paese è da sempre considerato inadeguato ed arretrato. Fa quindi notizia sapere che alcune pratiche burocratiche, le più antipatiche, si stanno finalmente liberando dai legacci arcaici che tenevano imbrigliato lo sviluppo del Paese Italia.

Costituire una nuova società innovativa fino a poco tempo fa obbligava la presenza di un Notaio, commercialista, e diverse migliaia di euro, per non parlare di tempo e imprecazioni varie.

Oggi, grazie al nuovo servizio di Infocamere, è possibile fare tutto online senza perdite di tempo e denaro.

Come procedere?

Si parte innanzitutto da questo link: http://startup.infocamere.it/atst/guidaCostitutivo?0 dove oltre a poter iniziare il processo, è possibile apprendere le necessità per definire l’operazione.

Per poter procedere, occorre una PEC ottenibile facilmente da uno dei tanti provider di questi servizi, e la firma digitale dei soci e amministratori. La firma digitale oggi è davvero utile e se non l’avete già, è fortemente consigliata richiederla ed ottenerla in pochi giorni.

Start-Up, pronti, via!

Quindi, se avete una bella idea e volete “dar fuoco alle polveri” oggi è possibile farlo con costi di accesso davvero contenuti e con una rapidità senza pari rispetto al passato. Non avete (quasi) più scuse!