Le fake-news, spiegate semplicemente.

Un fenomeno osservato e stranamente non combattuto come si dovrebbe facendo perdere la credibilità dell’intero comparto.

Vediamone, forse, il perché.

Tutti noi oramai ci imbattiamo in notizie di dubbia provenienza, pubblicate sui Social e poi rilanciate dai servizi di messaggistica istantanea. E molti purtroppo danno credito a causa di meccanismi indotti di carattere sociologico e di costume.

I nostri genitori un tempo erano frequenti affermare “Eh , l’ha detto la TV, quindi è vero” quando si riportavano notizie eclatanti o comunque di una certa importanza.

Il meccanismo che ha permesso la diffusione virale delle fake-news è molto simile: l’autocelebrazione di ciò che si vede (stampato, in TV o sulla rete) permette di considerare affidabile qualunque contenuto, perlomeno da parte di quelle persone che non si pongono molti problemi di critica in ciò che leggono.

I creatori di Fake News professionisti conoscono molto bene questi meccanismi, e li sfruttano sapientemente. Perché?

I motivi dell’esistenza delle Fake News.

Ovviamente, il primo dei motivi è…per fare soldi.

Quando si arriva a leggere queste notizie, sono pubblicate insieme a pubblicità erogate dalle varie piattaforme. I gestori di questi portali, alcuni con nomi creati ad arte (Il Fatto Quotidaino, Il Primato Nazionale, Viral Magazine sono solo alcuni di questi) percepiscono un piccolo introito quando qualche lettore (spesso per sbaglio) clicca su una di queste pubblicità.

Per raggiungere però un risultato economico accettabile, hanno necessità di decine di migliaia di visite a queste loro pagine, perché gli introiti percepiti per click sulla pubblicità sono spesso minuscoli, nell’ordine di pochi cent, a volte uno solo.

Ed ecco che per raggiungere l’obbiettivo si creano notizie, le più strane e false possibili, proprio perché se la notizia fosse reale, non avrebbe lo stesso risultato di una strana, fortissima e falsissima Fake News. I gonzi ci cascano ed aiutano i gestori condividendo, facendo girare la notizia falsa, convinti che sia vera.

Certo, qualcuno a questo punto potrebbe pensare che questa categoria di lettori fanno parte di quella definita quale Analfabeti Funzionali (più brevemente, AF), ma io la penso diversamente.

Non si può certo far finta che una grande parte di chi oggi utilizza i social non si ponga grandi dubbi e prenda per oro colato ciò che legge. Questi soggetti potrebbero senz’altro essere definiti AF.

Ma alcune notizie sono costruite con grande impegno ed analisi dell’attuale società, cercando argomenti di interesse comune, più o meno costruiti ad arte.

Prendiamo ad esempio il tema del COVID-19, un tema scottante che è stato oggetto di milioni di ricerche in rete.

E’ giusto pensare in questi casi, a mio avviso, che i lettori non possano aver commesso molti errori leggendo e condividendo notizie, anche le più palesemente false.

La media dei lettori Italiana non è costituita da persone con cultura elevata, ma questa non può essere una colpa. Se in un momento emergenziale si legge una notizia tragica, quale ad esempio che il virus si trasmette con l’acqua del rubinetto (realmente diffusa!) la colpa è al 90% di chi mette in giro idiozie per trarne vantaggio. Non vi sono dubbi a riguardo.

Altra analisi interessante riguarda la creazione di Fake News per orientare il pubblico ideologicamente. Il principio è sempre lo stesso: si creano notizie di un certo tipo per ottenere un vantaggio. In questo caso ancora più mellifluo e subdolo, lo scopo è quello di creare una corrente di pensiero per orientare preferenze politiche: se vogliamo uno scopo ancora più deprecabile rispetto a quello economico.

Basta poco per non contribuire alla diffusione di fake news: innanzi tutto non dare per scontato che tutto ciò che appare scritto sia vero, attivare un minimo di spirito critico e non condividere nulla che non sia più che verificato.

Questo delle Fake news è un fenomeno che appare quasi impossibile da arginare. Nonostante esistano da tempo normative e Leggi (soprattutto per quanto riguarda la cd “diffamazione”) , l’Utente Medio non crede che sia un reato contribuire a diffondere notizie false. E che anche se la notizia non fosse davvero reale, a suo avviso lo potrebbe anche essere.

E quindi, aggiungo, anche dimostrare un pizzico di intelligenza in più in questi casi aiuterebbe molto.

Navigare in sicurezza filtrando il Malware e contenuti per Adulti alla fonte, si può.

Oggi vi spiego il funzionamento del DNS di Cloudflare, il “famoso” 1.1.1.1

Innanzi tutto, occorre una breve spiegazione di cosa sia un “DNS”.

I server (siti web, posta elettronica ecc) sono collegati alla rete internet a mezzo di un “IP”, cioè un indirizzo univoco che lo identifichi sulla rete. Ad esempio, il webserver di Repubblica.it risponde all’IP 23.12.96.62.

Anche il vostro collegamento internet è identificato a mezzo “IP”, e quando volete leggere una pagina, il vostro IP si collega all’IP del servizio che volete visionare.

Essendo complesso e poco pratico indicare l’IP dei server (provate a ricordare tutti gli IP…) si pensò ad un servizio che potesse convertire i “nomi” in IP. E nacque così il servizio DNS, “Domain Name System”

Ogni provider ha il suo. Se siete clienti Fastweb, ad esempio, quando cercate un sito, la richiesta viene automaticamente inviata al Server DNS del vostro provider che vi risponde con l’ “IP” del server cercato.

Esistono anche server DNS pubblici che offrono questo servizio. Bisogna però fare molta attenzione perché è molto facile dirottare un determinato “nome” verso IP Fake, facendovi credere di essere collegati ad un determinato servizio.

Però oggi esistono servizi DNS affidabili e sicuri, oltre che più veloci. E’ il caso di CloudFlare che appunto offre un servizio che oltre a convertire il “nome” in “IP” svolge una funzione di database anti-malware e per contenuti per adulti, che può tornare molto utile.

Per usare questi servizi bisogna modificare il server DNS del vostro PC/Tablet/Smartphone, oppure è possibile modificare le impostazioni del vostro router in modo che vi faccia usare un DNS che non sia quello imposto dal vostro Provider.

IL DNS DI CLOUDFLARE

Impostando il server DNS di CloudFlare al posto di quello impostato dal vostro Provider, le richieste di conversione nome/IP vengono inoltrate al loro server, il quale appunto vi convertirà il nome in IP, ma prima verificherà che, per vari motivi, non stiate scaricando software illegale o malware che vi possa infettare il vostro sistema, oppure contenuti che possono non essere graditi ad una famiglia.

E’ un ottimo metodo per proteggersi alla fonte, che può anche risolvere gravi problemi per risolvere i quali dovrete affrontare perdite di tempo considerevoli. Quindi, è un suggerimento sicuramente da tenere in considerazione.

LA PROVA

Ho configurato vari sistemi da qualche giorno, usando i DNS di CloudFlare.

Il feedback che posso riportare consiste in una velocità di conversione buona:

ed in effetti nel blocco di alcuni siti che ho tentato di raggiungere:

Per configurare il DNS di CloudFlare, utilizzate queste impostazioni:

Per Blocco malware:
DNS Primario: 1.1.1.2
DNS Secondario: 1.0.0.2

Per Blocco malware e contenuti per adulti:
DNS Primario: 1.1.1.3
DNS Secondario: 1.0.0.3


Connessione internet globale con starlink. il 5G sarà inutile?

A suon di miliardi i vari operatori si sono accaparrati nel tempo le necessarie frequenze, superato ostacoli burocratici e sociali, con avversità di ogni tipo. Ed ora, anche loro vedono a rischio il proprio futuro.

Nel futuro del consumatore digitale si intravedono opportunità avveniristiche: avere a disposizione un unico operatore mondiale, il quale sarà in grado di offrire la totale copertura planetaria farà davvero gola a molti.

E non solo per la connessione in mobilità, anzi. Starlink, progetto derivante dallo sviluppo di SpaceX di Elon Musk, promette davvero di essere in grado di offrire servizi di connettività ad alta banda, addirittura con tempi di latenza (cioè, del tempo di transito dei dati) talmente bassi da poter utilizzare la connessione anche nel gaming online. Si tratta a tutti gli effetti di una rivoluzione. A quale costo?

Andiamo per ordine.

Il primo problema è sicuramente rappresentato dalle Aziende TLC abituate ad oggi ad offrire servizi a determinati costi e con determinate tempistiche.

Tutti noi sappiamo che, almeno in Italia, per poter godere di una connessione internet e stabile, occorrono dai 30 ai 60 giorni di tempo. Il costo fortunatamente è sceso a livelli accettabili, ma per la larga banda occorre aprire un pochino di più il portafoglio.

Starlink invece, potrà offrire connettività planetaria con tempi di attivazione probabilmente istantanei e con costi che si preannunciano rivoluzionari.

Per noi consumatori non possiamo far altro che attendere, un pochino impazienti, questa rivoluzione.

Un po meno felici saranno certamente i gestori TLC che sino ad oggi si sono impegnati a realizzare una rete (cavo, fibra o wireless) dai costi enormi e dalle difficoltà infinite.

Ma si sa, il progresso non fa sconti a nessuno. Come sono andati in cantina le vecchie tecnologie, un giorno probabilmente ricorderemo il termine “ADSL” come un qualcosa di antico, e forse un po nostalgico.

Approfondimento su Starlink

Starlink è un progetto di connessione Internet via satellite sviluppato dal produttore aerospaziale americano SpaceX.

Basato sul dispiegamento di una costellazione di diverse migliaia di satelliti per telecomunicazioni posizionati in un’orbita terrestre bassa, potrà offrire connettività a bassa latenza, ovunque.

Due prototipi sono stati lanciati nel 2018 e il dispiegamento dei satelliti è iniziato nel 2019, con l’entrata in servizio prevista nel 2020.

Per raggiungere i suoi obiettivi commerciali, SpaceX prevede di mantenere nel tempo 12 000 satelliti operativi in orbita bassa. La costellazione iniziale comprenderà “solo” 1600 satelliti nei primi anni per poter affinare le tecnologie prima che vengano lanciati nello spazio la totalità dei satelliti previsti.

La tecnologia

Ogni satellite pesa circa 227 kg, peso contenuto per facilitarne il lancio con più unità possibili. Per regolare la loro posizione sull’orbita, dispongono di propulsori a effetto Hall alimentati al krypton, invece del classico xenon, in quanto il costo del krypton è circa il 90 per cento inferiore.

Il sistema di navigazione garantisce un preciso puntamento. Le antenne sono piatte, sfruttano la sincronizzazione di fase multipolare per direzionare il fronte d’onda verso l’obiettivo desiderato.

La frequenza di downlink (ossia la frequenza alla quale avviene la trasmissione del segnale verso terra) va da 10.7 a 12.7 GHz, mentre le trasmissioni tra di loro dovrebbero avvenire a frequenze più alte.

Tutti i satelliti dispongono della tecnologia in grado di identificare i detriti in orbita, evitandone la collisione.

La comunità scientifica ed astronomica è fortemente preoccupata in ordine al radiodisturbo che la costellazione di satelliti provocherà, rendendo impossibile la consueta attività di ascolto e tracciatura da parte dei radioastronomi terrestri. Anche questo sarà un grande problema da far risolvere all’onnipresente Musk.

il Low code (o No code) sempre più in aiuto delle imprese.

Si moltiplicano le offerte per offrire servizi alle aziende che necessitano di sistemi informatici evoluti, duttili ed adeguati alle attuali esigenze. Di cosa si tratta?

Per sviluppare applicazioni in ambito tradizionale, occorrono programmatori, analisi dei contenuti e molto lavoro. Il tempo necessario diventa enorme rischiando di dover modificare il prodotto una volta arrivato in produzione perché divenuto obsoleto nel frattempo. Inoltre le eventuali e necessarie modifiche per poter rimanere aggiornato e all’avanguardia necessiterà di interventi da parte dei programmatori i quali, dovendo impiegare molto tempo, impongono dei costi elevati.

Oggi in aiuto delle imprese sono arrivate delle piattaforme dove è possibile sviluppare in autonomia ogni e qualsiasi progetto informatico, realizzandolo quindi “in casa”.

Il pubblico già conosce molte delle piattaforme con le quali è possibile sviluppare siti più o meno con la medesima logica, qui ovviamente si parla di sviluppo di applicativi, quindi con una complicazione maggiore data dalla molteplicità delle funzioni richieste, alcune basilari e vitali per l’impresa.

Come funziona

In pratica l’utente, che non dovrà avere particolari conoscenze di programmazione ma un flusso chiaro di quello che dovrà svolgere il software, potrà procedere con lo sviluppo dell’applicazione con un sistema “drag & drop” molto elementare pur rimanendo il risultato molto sofisticato.

Con queste piattaforme si potranno realizzare virtualmente ogni tipo di applicazione, potendo contare su database comuni e su accessi al mondo esterno quali commercio elettronico, IoT, web, telefonia, voip ecc.

Non è un caso che aziende medio grandi abbiano già scelto questo tipo di strada, abbandonando le tradizionali software-house che si, possono realizzare grandi progetti, ma a costi e tempi che oggi sono inconciliabili con le esigenze mutate.

Dover infatti attendere mesi per avere un applicativo, magari fondamentale per lo sviluppo e la partenza della propria startup, può decidere le sorti dell’impresa. Scegliere una piattaforma economica, duttile e modificabile in qualsiasi momento può assumere un significato fondamentale decretando il successo, o meno, della propria impresa.

Chi offre questo servizio

Nel nostro paese cominciano ad esprimersi realtà che offrono questo tipo di servizi: a livello mondiale il mercato del Low-Code oramai ha raggiunto cifre importanti, la società di ricerca Forrester ha stimato che il mercato totale delle piattaforme di sviluppo low code arriverà a 15,5 miliardi di dollari entro il 2020. Si parla ovviamente a livello mondiale ma sono numeri enormi che lasciano comprendere quale sia il mercato di riferimento.

Segnalo una giovane Azienda Italiana che già ha servito diversi grandi Clienti in Italia. A differenza dei Player rinomati (Appian, Salesforce, Zoho, appMaker. Mendix, OutSystems ecc) avere un interlocutore diretto, Italiano senz’altro potrà rappresentare un plus da non sottovalutare.

Parliamo di Omnia BPM (www.omniabpm.com ) che grazie a scelte tecnologiche originali e centrate, è stata scelta per lo sviluppo di softwares per Clienti di alto livello: http://www.omniabpm.com/it/success-stories/

A prescindere comunque dalla piattaforma scelta, un buon amministratore deve comunque essere attento e disponibile ad accogliere le opportunità che le moderne tecnologie possono offrire, per rimanere al passo dei tempi e non farsi trovare impreparato, o peggio, indietro rispetto ai propri concorrenti.

Optare per una piattaforma Low-Code per sviluppare i propri applicativi è senza ombra di dubbio una scelta intelligente da valutare ed eventualmente percorrere.

Kr00k, il rischio viaggia sul wifi di casa.

Eset, una Security Company, ha segnalato una grave vulnerabilità in alcuni chip Wi-Fi di Cypress Semiconductor e Broadcom. Si tratta di Chip presenti nella quasi totalità di apparecchi che utilizziamo tutti i giorni, presenti in smartphone, router e dispositivi IoT.

Sembrerebbe che l’aggiornamento costante del firmware degli apparati possa ridurre al minimo il rischio che è stato diramato oggi.

Le due aziende produttrici di chipset forniscono praticamente l’intero mercato, infatti tra i prodotti compromessi troviamo iPhone 6, 6S, 8 e XR; Google Nexus 5, 6 e 6P; Samsung S8; Xiaomi Redmi 3S; i tablet iPad ; MacBook Air Retina 13; Kindle; Amazon Echo; quasi tutti i router Asus (esempio RT-N12, B612S-25d, EchoLife HG8245H) Huawei E5577Cs-321

La vulnerabilità pubblicata in pratica consiste nel permettere ad un malintenzionato di intercettare tutto il traffico che transita sul dispositivo, anche da remoto. Si tratta di una grave falla che potrebbe compromettere la sicurezza di reti aziendali e private rendendo superate anche protezioni quali VPN ecc.

Quando ad innovare è una banca. E’ arrivato l’openbanking di Sella.

Innovare significa anche rendere più facile la vita di tutti i giorni, e non necessariamente utilizzando tecnologie innovative ma anche con scelte oculate ed intelligenti.

Oggi parliamo di una banca che se è vero che ha sempre dimostrato attenzione al progresso (è stata tra le prime ad offrire un sistema completo di gestione dei pagamenti online per gli e-commerce), è pur sempre un istituto bancario e notoriamente sono istituti refrattari alle innovazioni.

Banca sella lancia un aggregatore di conti correnti e apre l’app e l’internet banking ai conti di altre banche. Grazie al nuovo servizio di account aggregation, che sarà operativo a partire dai prossimi giorni, i clienti di Banca Sella che accedono al proprio conto corrente da app o da internet banking potranno consultare le informazioni relative a tutti i conti di cui sono titolari, anche di altre banche. A breve, inoltre, il nuovo servizio di open banking di Banca Sella avrà un ulteriore evoluzione e consentirà di fare operazioni come i bonifici da tutti i conti aggregati.

Può sembrare una banalità o una evoluzione poco utile, nella realtà invece credo si tratti di un passaggio epocale che farà da apripista per ulteriori innovazioni in questo senso.

Poter disporre di un solo accesso dove controllare e gestire i propri conti correnti, soprattutto per le Aziende, rappresenta un’utility che agevolerà il lavoro di tutti i giorni riducendo tempi e rischi di errori.

Ecco come funziona il nuovo servizio. Una volta entrati nel proprio conto corrente tramite app o internet banking, per aggregare altri conti, anche di altre banche, basterà cliccare sull’apposita voce del menu. In questo modo sarà possibile avere un unico punto d’accesso alle proprie finanze, consultando il saldo complessivo o dei singoli conti, la lista dei movimenti e suddividere in categorie le entrate e le uscite in modo da organizzare al meglio la gestione del proprio denaro. 

L’account aggregator facilita, quindi, la gestione quotidiana delle spese e dei risparmi aiutando i clienti ad avere una piena consapevolezza e una visione di insieme delle proprie risorse finanziarie, il tutto nel rispetto degli standard di sicurezza richiesti dalla direttiva europea Psd2.

Con questo nuovo servizio Banca Sella prosegue la propria trasformazione in open banking. Attualmente, infatti, la banca mette a disposizione dei clienti 190 Api (Application Programming Interface) che hanno generato circa 6 milioni di call nell’ultimo mese del 2019, in crescita di 4 volte in un anno. L’account aggregator si inserisce in un catalogo di prodotti che riguarda i servizi di cash account, di onboarding, di card management, di prepaid card management, di financial advisory e di payments.

Cosa faranno gli altri Istituti bancari? come per tutte le innovazioni, rimarrà mercato e spazio solo per chi dimostra di saper seguire le mutate necessità e saper cavalcare e sfruttare ciò che l’innovazione offre.

Telelavoro, impara l’arte e mettila da parte.

L’allarme per il nuovo Coronavirus ha portato alla ribalta, tra le altre cose,la possibilità di limitare i contatti interpersonali lavorando da casa. Il nostro Paese non è ancora pronto, come mentalità, per questo passo, ma l’occasione è ghiotta per parlarne e approfondire.

Italia, Paese di viaggiatori e illustre menti, si e’ trovato improvvisamente a dover fronteggiare un nuovo nemico rappresentato da un Virus dalle caratteristiche violente e forse pandemiche. Molti parlano del Telelavoro quale alternativa per limitare i contatti e quindi le infezioni, ma ci è noto che le caratteristiche del nostro Popolo non si prestano facilmente a permettere il lavoro da casa. Perché?

Come accade per i costi assicurativi e in molti altri contesti, l’italiano spesso approfitta di situazioni che permettono un’agevolazione, diciamo così, furba. Il tasso di frodi nel settore assicurativo in Italia è tra i più alti in Europa, così le compagnie assicurative sono costrette ad aumentare i costi per recuperare le perdite.

Il Telelavoro impone un altro tasso di fiducia tra il datore di lavoro e il lavoratore. Si rimane a casa e si dovrebbero svolgere i compiti che nel luogo di lavoro spesso viene imposto dal superiore. Va da se che se non vi è un buon rapporto di fiducia, il datore di lavoro avrà sempre il dubbio che non venga garantito lo stesso impegno rispetto al posto di lavoro in ufficio.

Personalmente ritengo che questo sia oramai un luogo comune, ma ascoltando imprenditori e dirigenti, l’idea che sia quasi un mio pensiero personale spesso viene superato dai fatti: non vi è molta fiducia.

Eppure il lavoro da casa per molti ambiti rappresenterebbe una enorme occasione per ridurre inquinamento, traffico e inutili costi. Certo, non tutti i lavori lo permettono, se è necessaria l’opera manuale del dipendente, ovviamente non si può pensare di lasciarlo a casa.

Ma molti altri compiti sono assolutamente compatibili. Pensiamo a tutti i compiti d’ufficio dove è possibile delegare in altro luogo, ma anche servizi di customer care, di consulenza, di redazione di documenti.

Oggi le tecnologie oramai permettono con estrema semplicità di remotizzare il proprio desktop, il proprio interno telefonico, i documenti necessari per svolgere il lavoro, tramite il Cloud tutto ciò oramai è davvero alla portata di tutti.

E allora, cerchiamo di sfruttare l’occasione per il nostro Paese, diamo fiducia ai colleghi e dipendenti e proviamo, vista la situazione, a lasciare a casa quei lavoratori per i quali è possibile delegare i loro compiti e proviamo a verificarne la resa e l’affidabilità.

Gli strumenti esistono, i costi sono limitati se non quasi del tutto assenti. Non abbiamo più scuse.

Disponibile il token fisico di Google, Titan.

Che il problema della sicurezza sia sentito e preoccupante, ci è noto. O almeno è conosciuto da chi la Rete la usa per lavoro, seriamente. Ma per molti, usare password facili da identificare, o condividere i propri dati, rappresenta la normalità.

Eppure di notizie se ne sentono di ogni tipo, ma ancora evidentemente non è stato sufficiente per creare la corretta sensibilità verso la garanzia e la protezione dei nostri Account.

Ci viene in aiuto, come spesso accade, da Google con un dispositivo avanzato che permetterà l’accesso ai propri account solo se in possesso di questa chiavetta USB.

Certo,essere dipendenti da un “oggetto” per poter accedere ai servizi online può apparire come un passo indietro. Ma è lo scotto da pagare per avere la quasi assoluta certezza di non vedere i propri account, specie se di manager o responsabili di rete o di sistemi, in mano a malintenzionati.

Google ci spiega il loro funzionamento:
“I token di sicurezza Titan sono dispositivi di autenticazione a due fattori (2FA) resistenti al phishing che aiutano a proteggere utenti di alto livello, come ad esempio gli amministratori IT e i dirigenti. I token di sicurezza Titan sono compatibili con i dispositivi e browser più conosciuti e con un ecosistema in continua espansione di applicazioni che supportano gli standard FIDO. Integrano un chip hardware che include un firmware sviluppato da Google per la verifica dell’integrità del token. I token di sicurezza Titan sono disponibili sul Google Store in Canada, Francia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti (al momento la chiave USB-C è disponibile solo negli Stati Uniti). In taluni casi è possibile anche usufruire di ordini e prezzi all’ingrosso.
I token di sicurezza Titan integrano un chip hardware che include un firmware sviluppato da Google per la verifica dell’integrità del token. In questo modo potrai avere la certezza che i token non siano stati fisicamente manomessi.

Ecosistema aperto

I token di sicurezza Titan sono compatibili con i dispositivi e i browser più conosciuti e con un ecosistema in continua espansione di servizi che supportano gli standard FIDO. Un token di sicurezza può essere utilizzato per eseguire l’accesso in diversi servizi professionali e/o personali.

Tecnologia incorporata nei più recenti telefoni Pixel

La tecnologia basata sul token di sicurezza Titan adesso è incorporata sui telefoni Pixel 4, Pixel 3 e Pixel 3a, che ora dispongono di un chip di sicurezza Titan M antimanomissione. In questo modo puoi utilizzare comodamente il telefono per proteggere gli Account Google di lavoro e personali.

Per approfondire: https://cloud.google.com/titan-security-key?hl=it

Italiani, popolo di impavidi pirati?

Notizia fresca di queste ore, 223 indagati che rischiano pene fino ad 8 anni di detenzione per aver utilizzato sistemi atti a fruire le piattaforme Pay-Tv senza pagare il relativo canone. Quale è il vostro pensiero?

Lasciando da parte le scuse scontate (costa troppo, tutti ladri, i programmi non sono interessanti ecc) quale è il vostro parere? è giusto far pagare anche ai fruitori di questi sistemi di pirateria?

La Legge non ammette ignoranza, nemmeno su reati percepiti dai più come poco più che marachelle. Non pagare per un servizio, qualunque esso sia, equivale , di fatto, a rubarlo. Ce ne dobbiamo fare una ragione e una volta per tutte capire che quello che per tanti anni ci hanno fatto credere, cioè che su internet deve essere ed è tutto gratis, non è vero.

La gravità del reato è sempre relativa, non si può pensare che vista l’esiguità del costo mensile, è permesso “rubarlo”, non può essere così. Se lo fosse, si arresterebbero gli investimenti in tecnologie, in dipendenti, si fermerebbe il futuro. Si, anche mancando i 50 euro dell’abbonamento trafugato con leggerezza dal signor Rossi, convinto dall’amico “furbo” che si vede Sky a casa senza pagarlo.

L’altro aspetto, tutto Italico, è rappresentato dal gusto che alcuni provano nell’avere qualcosa con destrezza e furbizia, senza pagarlo. Si perché a loro i 50 euro non sarebbero un problema pagarli, ma vuoi mettere la soddisfazione di dire all’amico che lui è “furbo” e non paga…

Insomma, quello che dobbiamo capire e farlo divenire il nostro pensiero convinto, è che non vi potrà essere alcuno sviluppo ne un futuro se il nostro popolo continuerà a razziare servizi.

Nessuno può dirsi esente dai problemi informatici. Proprio nessuno.

Oggi 11 Dicembre 2019, alcuni servizi di Google riportano questo.

Se la vostra attività ha bisogno di risorse informatiche, saprete già che le problematiche sono sempre dietro l’angolo. Nessuno può dirsi esente dai più comuni problemi, nemmeno Google!

Già, il terrore di ogni addetto informatico in azienda, sono quei problemi la cui risoluzione non è scontata perché l’analisi da svolgere è articolata e complessa.

Per esempio, oggi 11 Dicembre 2019, molti dei servizi di Google fanno i capricci riportando l’errore 500, il famoso errore che indica un problema di configurazione o risorse, senza offrire alcuna indicazione diretta sulla reale problematica.

Certo, i tecnici possono controllare lato server i propri LOG per cercare di diagnosticare l’origine del problema, ma vi assicuro che le gocce di sudore cominciano subito a scendere dalla fronte degli addetti.

E poi, quel “That’s all we know” (è tutto quello che sappiamo) lascia perplessi, soprattutto quando si riferisce ad un colosso quale è Google.

Quindi, quando vi accadono problemini del genere, non prendetevela troppo: se capitano anche a Google, è ammesso anche per voi. E non è a causa del detto “mal comune, mezzo gaudio”, sono cose che accadono…

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